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Quando la geopolitica soffoca la Terra
Un mondo in fiamme, e i potenti giocano a Risiko Dovremmo essere nel pieno di una corsa globale verso la decarbonizzazione, mentre la casa brucia e le sirene della scienza lanciano l’allarme ormai senza sosta. Invece, quello a cui assistiamo è una deriva: un mondo sempre più ostaggio della geopolitica, in cui la crisi climatica diventa pedina di giochi di potere, scambi di accuse, e strategie di dominio. Il 2024 è stato ufficialmente l’anno più caldo mai registrato. Lo ha stabilito l’Organizzazione Meteorologica Mondiale, che segnala anche il più alto numero di sfollati climatici dal 2008. Incendi, inondazioni, uragani, siccità: eventi estremi che segnano la geografia delle catastrofi e tracciano un solco doloroso nelle vite di milioni di persone. Eppure, anziché rafforzare gli impegni presi a Parigi nel 2015, le grandi potenze sembrano aver imboccato la strada contraria. La Cina promette "emissioni zero" per il 2060, l’India addirittura per il 2070. Gli Stati Uniti, dopo la fuoriuscita dagli accordi voluta da Donald Trump, vivono una pericolosa oscillazione fra aperture e chiusure, fra spinta verde e revanscismo fossile. L’Europa, che pure mantiene l’obiettivo 2050, è costretta a rivedere i propri obiettivi intermedi, con il rischio di indebolire il cuore del Green Deal. A ben guardare, il clima è solo la superficie. Sotto, si muove un duello ben più ampio: quello tra Washington e Pechino. Per gli Stati Uniti, le tecnologie verdi made in China non sono più un’opportunità, ma una minaccia strategica. La dipendenza da pannelli solari, batterie e terre rare prodotte nel Dragone è letta come un rischio per la sicurezza nazionale. Così, si riattivano vecchie logiche: più carbone, più trivelle, più dazi. Pechino, dal canto suo, rilancia. Lo fa con il proprio "Piano Marshall della transizione ecologica": un’offerta seducente, fatta di investimenti in tecnologie pulite per creare legami strategici nel Sud globale e rafforzare la sua leadership. Non importa se la Cina è oggi responsabile di oltre un terzo delle emissioni mondiali: la narrazione è potente, e trova sponde nei Paesi che rivendicano – anche giustamente – il diritto a una crescita economica non sacrificata sull’altare delle colpe storiche dell’Occidente. È così che la sfida climatica si trasforma in un terreno di scontro geopolitico. Dove una transizione giusta, equa, planetaria, rischia di dissolversi sotto i colpi delle guerre commerciali, delle logiche nazionaliste e della miopia elettorale. Mentre Fridays for Future sbiadisce sotto il peso del disincanto e delle emergenze infinite, la politica climatica si fa ancella della diplomazia muscolare. L’Unione Europea è stretta in una morsa: da un lato negozia con Washington per evitare nuovi dazi; dall’altro difende il Green Deal dalle pressioni interne ed esterne. Il rischio? Perdere l’anima della propria ambizione ecologica, trasformandola in una moneta di scambio fra giganti. Nel frattempo, la Terra non aspetta. Il riscaldamento accelera, gli oceani si alzano, le foreste bruciano. E noi, civiltà dalla memoria corta, stiamo barattando la sopravvivenza collettiva per un altro giro di tavolo. Se la geopolitica dimentica la Terra, chi la ricorderà?
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AutoreRoby Ferrari Archivi
Gennaio 2026
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